Villa Farnesina, dove l’arte di Raffaello diventa mito

Loggia di Amore e Psiche, Villa Farnesina, Roma. Foto: Jean-Pierre Dalbéra

Nonostante l’importanza che riveste per la storia dell’arte, a Roma c’è un luogo incantato che non gode di troppa popolarità; e che non rientra negli itinerari del grande pubblico. Si trova al di là del Tevere e un tempo, prima degli argini ottocenteschi, si rispecchiava nelle sue acque. Per l’antico proprietario si trattava un luogo di delizie dove coltivare gli ozii, l’amicizia, gli amori, le passioni mentre i tramonti dorati di Roma accendevano di una luce inimitabile questo luogo meraviglioso. Il proprietario Agostino Chigi era un banchiere, ma nella sua villa fuori città, si parlava solo di arte, musica, poesia e di grandi passioni. Qui Raffaello era di casa. Se si vuole davvero capire cosa sia stato il Rinascimento a Roma al di fuori della curia pontificia, quali ottimismi e quali entusiasmi lo abbiano caratterizzato prima del terribile saccheggio del 1527 e della virata moralistica della controriforma e del concilio di Trento, bisogna passare una mezza giornata a villa Farnesina.

Raffaello, Concilio degli dei, Loggia di Amore e Psiche, Villa Farnesina, Roma. Foto: Jean-Pierre Dalbéra

Su progetto di Baldassarre Peruzzi la villa fu edificata nei primissimi anni del ‘500, per volere di Chigi. Fu poi venduta nel 1579 ai Farnese, da cui trae il suo nome attuale. L’edificio, prima villa suburbana di Roma, è stato al centro di molte leggende legate alla vita gaudente del banchiere Chigi, agli amori dell’incorreggibile Raffaello e alla rivalità, in questo caso tutta inventata, tra Michelangelo e lo stesso Raffaello.

Molto di quello che ancora oggi la villa conserva si deve al rapporto di committenza davvero particolare che per tutto il secondo decennio del ‘500 legò Chigi a Raffaello. Sulle volte della loggia Raffaello affrescò il celebre ciclo con la Storia di Amore e Psiche tratta da Apuleio, incorniciate da fitti intrecci floreali in continuità con il giardino antistante e con le acque del Tevere. In una delle sale contigue alla loggia si trova il celebre affresco di Raffaello con il Trionfo di Galatea.

Raffaello, Trionfo di Galatea, 1512, Villa Farnesina, Roma

Nella stessa sala Sebastiano del Piombo, appena giunta a Roma da Venezia insieme a Chigi, affrescò dodici lunette con scene mitologiche, in cui si respirano le atmosfere di luce e di colore del Rinascimento veneziano. Una di queste lunette, totalmente diversa dalle altre, raffigura a monocromo una testa di gigante e si dice, ma è una leggenda, che sia opera di Michelangelo, dipinta per dare una lezione di anatomia al rivale Raffaello.

Lunetta con testa a monocromo attribuita a Michelangelo, Villa Farnesina, Roma

A villa Farnesina si tenevano feste leggendarie. Si racconta che, per farlo lavorare meglio, Chigi permettesse a Raffaello di portare nella villa le sue donne. Erano anni di grandi entusiasmi e di altrettanto grandi disinvolture.

Questa atmosfera di gioie durò poco. Il banchiere si spense nel 1520 insieme al suo venerato Raffaello. Il 1520, dunque, fu un anno terribile per la storia del Rinascimento romano e per la villa l’inizio della cattiva sorte. Al punto che nel 1527, durante il terribile sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi dell’imperatore Carlo V, fu scelta come alloggio delle truppe.

Baldassarre Peruzzi, Sala delle prospettive, 1518-1519, Villa Farnesina, Roma. Foto: Jean-Pierre Dalbéra

Di quello che accadde alla villa se ne scorgono ancora le stimmate nei graffiti e nei nomi incisi che compaiono tra le colonne e le lesene della cosiddetta Sala delle prospettive affrescata al primo piano: uno straordinario esempio di pittura prospettica, in cui Baldassarre Peruzzi, che ne è l’artefice, ha realizzato delle finte logge che si aprono su vedute della Roma di allora.

Forse mai l’arte ha toccato vette così alte come a villa Farnesina.

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