Il piano INA-Casa a Genova

Forte Quezzi
Quartiere di Forte Quezzi (Biscione). Foto: Gaia Cambiaggi

Genova intrattiene con la modernità un rapporto tendenzialmente conflittuale. Quando il paesaggio urbano dell’edilizia residenziale pubblica su scala nazionale venne profondamente impattato della legge n. 43 del 28 febbraio 1949, che diede avvio al piano INA-Casa, anche Genova ebbe il suo demiurgo di ascendenza lecorbusiana con Luigi Carlo Daneri. 
L’attuale misura Superbonus 110%, varata durante il primo traumatico lockdown dal governo Conte il 1 maggio del 2020, seppure lodevole perché atta a fronteggiare, in ambito edilizio, la crisi occupazionale dovuta alla pandemia e a incentivare l’efficientamento energetico e la messa in sicurezza della nostre dimore, non contiene alcuna utopia sociale di cui il futuro potrà farsi scherno. 

Ben diversa fu invece la legge del dopoguerra, proposta da Amintore Fanfani ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale del governo democristiano di Alcide De Gasperi, volta a incrementare l’occupazione operaia e, al contempo, ad agevolare la costruzione di case per i lavoratori.
Il denaro per il piano INA-Casa proveniva in parte dai fondi ERP (European Recovery Program o piano Marshall), e in parte, nei primi sette anni – il piano ne durò complessivamente quattordici, fino al 1963 –, da una trattenuta del 0,60% sul salario mensile dei lavoratori dipendenti e del 1,20% dei datori di lavoro, per solidarietà verso i più fragili. 

Il quartiere INA-Casa di Forte Quezzi
Quartiere di Forte Quezzi (Biscione). Foto: Gaia Cambiaggi

Il piano INA-Casa si rifaceva al riformismo keynesiano, ma anche al solidarismo cristiano, al comunitarismo olivettiano e al collettivismo comunista. La legge, prima di essere varata, fu discussa per ben otto mesi in Parlamento durante quello che si ricorda come uno dei periodi più accesi della prima Repubblica. Infine furono investiti per costruire la città pubblica, basata sull’idea di cittadinanza e solidarietà, 334 miliardi di lire. Furono aperti 20.000 cantieri in tutta la penisola che diedero lavoro a 41.000 lavoratori edili all’anno. Dei 17.000 architetti e ingegneri attivi all’epoca in Italia, un terzo venne coinvolto nel progetto, per fare qualche nome parteciparono Gio Ponti, Ignazio Gardella, Franco Albini, Ettore Sottsass, BBPR, Carlo Mollino, Ludovico Quaroni. Furono inoltre coinvolti artisti come Alberto Burri, Piero Dorazio, Tommaso Cascella, Duilio Cambellotti per realizzare le targhe di ceramica policroma INA-Casa che venivano poste sugli edifici dopo il collaudo. Vennero realizzate 40.000 targhe. 

Il quartiere INA-Casa di Forte Quezzi
Quartiere di Forte Quezzi (Biscione). Foto: Gaia Cambiaggi

Luigi Carlo Daneri a Genova per INA-Casa ha realizzato dal 1950 al 1953 le palazzine del complesso Bernabò Brea, tra i quartieri di Sturla e Albaro, composte da 368 alloggi, nel biennio successivo l’insediamento di Mura degli Angeli sulle alture di Sampierdarena, e infine tra il 1956 e il 1967 il gigantesco quartiere INA-Casa di Forte Quezzi, destinato ad accogliere 4.500 abitanti distribuiti in 894 alloggi. Per realizzare il quartiere di Forte Quezzi Daneri guidò trentacinque architetti e furono costruite cinque lunghe case che seguono l’andamento curvo della collina. La più estesa, il Blocco A, ribattezzato “Biscione”, la cui realizzazione fu seguita direttamente da Daneri, è un edificio di sei piani che si sviluppa per 540 metri di lunghezza, al terzo piano una strada interna lo attraversa creando una promenade architecturale.

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