Niccolò dell’Arca: un grido che resiste al tempo

Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca
Niccolò dell’Arca, Compianto sul Cristo morto, Santa Maria della Vita, Bologna (1463-90 ca)

A quasi seicento anni dalla sua creazione, proprio nel cuore di Bologna, giace, come un piccolo miracolo, una delle opere d’arte più ammirevoli del Quattrocento italiano. Persino l’illustre Gabriele D’Annunzio, durante una visita, ne rimase talmente affascinato da definire il Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca “la visione sublime e violenta di un urlo pietrificato”.

Raggiunta la chiesa di Santa Maria della Vita, nella cappella a destra dell’altare maggiore, compare come un’epifania teatrale il gruppo statuario in terracotta, e fin da subito si viene coinvolti e travolti in una narrazione mitica, profondamente drammatica, dal pathos tellurico ed eternamente vitale. Tutto vibra e scuote, come una sinfonia, una pièce teatrale, una poesia. A infrangere con irruenza la grazia immutata del Cristo è il coro polifonico dei sei personaggi, soprattutto l’espressionismo vivido e iperrealistico che troviamo nei volti delle figure muliebri letteralmente scolpite nel vento, anticipando nella vibrazione delle loro vesti e fisionomie un maestro come Gian Lorenzo Bernini.

Uno scrittore emiliano del Seicento coniò per queste figure scolpite da Niccolò dell’Arca il puntuale neologismo di “sterminatamente piangenti”. Un’opera audace per il proprio tempo, agitata sintesi di tardogotico e umanesimo toscano, un diamante grezzo della storia dell’arte in grado di commuovere, scuotere e sedurre nei secoli dei secoli. E sentiamo anche noi quel grido nel vento.

Niccolò dell’Arca, Compianto sul Cristo morto, Santa Maria della Vita, Bologna (1463-90 ca)

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