Attraverso la galleria abbiamo sempre cercato un confronto continuo con la città di Napoli, indagando insieme ai nostri artisti la compenetrazione tra spazi e tempi distanti che Benjamin sintetizzò con la parola “porosità”. Passeggiando per la storica via dei Tribunali si ha l’impressione di non poter distinguere pubblico e privato, nuovo e vecchio, giorno e notte, prima di imbattersi nel Complesso Museale Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco: una chiesa strutturata su due livelli, uno terreno (l’architettura sacra) e l’altro (l’ipogeo) destinato al culto delle anime del Purgatorio. Questo culto, che prevedeva l’elargizione di offerte e preghiere al fine di accorciare il tempo di permanenza delle anime “pezzentelle” in Purgatorio, rappresenta una peculiarità della cultura partenopea che non facilmente si apre a influssi esterni.

Tuttavia, il continuo dialogo con l’Associazione Progetto Museo che gestisce il Complesso ci ha permesso di gettare le basi per una possibile contaminazione della tradizione attraverso la ricerca di alcuni nostri artisti. Partendo dall’interesse per questa gestualità, da questo culto della morte collettiva e anonima, Luca Francesconi ha donato alle anime un’opera che diviene offerta e preghiera – un gesto popolare che attraversa arte, storia e religione. Jota Castro, invece, ha utilizzato la dimensione dell’Ipogeo/Purgatorio per operare una traslazione di alcune problematiche irrisolte dalla scala terrena a quella ultraterrena.
