Un’adolescente si ammalò e morì mentre sognava l’amore. Sulla sua tomba qualcuno volle deporre un paniere con i suoi giochi, poi lo coprì con una tegola per ripararlo dalle intemperie. Da sotto la cesta, un germoglio penetrò al suo interno, nel segreto dell’ombra. Le foglie della pianta spuntarono alla luce, una dopo l’altra, fra gli spazi dell’intreccio dei vimini. Quella metamorfosi di naturale e sacro commosse tutti e nessuno osava toccarla. Callimaco volle tradurla in marmo fissandone per sempre l’emozione nell’invenzione del capitello corinzio. Così la selvaggia foglia d’acanto divenne ovunque nel Mediterraneo il prezioso fregio degli edifici greci e romani.

Dopo lunga incuria, il Real Bosco di Capodimonte, un tempo riserva della reggia e oggi parco del Museo, appare rigenerato dal filo invisibile della ragione e curato dal ritmo del lavoro, presidio per la gestione delle risorse e lo sviluppo della forma della città nell’avvenire.
Ho attraversato vedute e paesaggi liberi dai rovi, viali che invitano alle passeggiate, prati per lo sport e la ricreazione, suggestivi sipari di macchia sorvegliata ed edifici ripensati come archivi digitali e spazi espositivi, sentendo riannodarsi la trama del passato e l’ordito del futuro in una sola visione che mi dà speranza, mi rende orgoglioso. Alla fine, nel passare dal bosco al giardino, ho visto il cespuglio vivo e il fiore alto dell’acanto, e pensando a Vitruvio ho scritto questo.
