La prima volta che ho visitato il Castello di Perno è stata oltre venticinque anni fa. All’epoca lavoravo presso Finarte in qualità di esperto. La casa editrice Giulio Einaudi, allora proprietaria, aveva una prestigiosa collezione d’arte che si trovava costretta a vendere, fra cui spiccavano capolavori di Gaetano Previati, Gastone Novelli e Pino Pascali.

Durante questa prima, breve visita, ero rimasto incantato dalla bellezza del paesaggio che circonda l’edificio: i filari di viti si inerpicano sulla collina e la vista si apre a perdita d’occhio in tutte le direzioni. Mentre svuotavamo i locali, trasportando con attenzione gli immensi teleri, mi chiedevo che fine avrebbe fatto questo luogo. Era la fine di un’epoca, dominata dalla figura di Giulio Einaudi, padre e padrone dell’editoria italiana del dopoguerra. Da qui erano passati tutti: da Primo Levi a Italo Calvino, da Massimo Mila a Leone Ginzburg fino a Norberto Bobbio.

Quando ho saputo che l’amico Gregorio Gitti aveva rilevato questa proprietà ne sono stato molto contento. Così il castello riprendeva vita, non solo nelle sue attività agricole, ma anche come polo culturale. È la dimostrazione che ogni luogo ha non solo una storia, ma anche un destino, quello che i romani chiamavano il genius loci. Evidentemente dal Castello di Perno non se n’è mai andato. Anzi, si è fatto sentire fino a Brescia, e ha spinto Gregorio a recarsi nelle Langhe. Lì, si è lasciato affascinare dalle sirene che prima di lui avevano incantato Einaudi.
