Il desiderio di rintracciare una linea di connessione con il passato, di condividere con i grandi artisti di un tempo le emozioni di fronte ad un paesaggio naturale o abitato e l’auspicio di far rivivere, proprio attraverso le loro splendide opere, i luoghi che costituirono per questi una fonte di ispirazione, di vita e anche di conforto ci ha condotto a proporre un parallelismo visivo fra i tre capolavori di Telemaco Signorini e Lorenzo Viani e la realtà odierna di quei siti.
Il viaggio ci conduce dalle scoscese scogliere del pittoresco borgo delle Cinque Terre, Riomaggiore, dove Signorini trascorse molti soggiorni dal 1860 e per oltre un trentennio, sempre benevolmente accolto dalla popolazione locale che fu soggetto di ispirazione per molti ritratti e protagonista dei resoconti riportati nell’omonimo diario figurato (“Riomaggiore”, 1909), fino alle falde del monte Amiata, nel paese di Piancastagnaio, la cui tortuosa e caratteristica via centrale, ripetutamente immortalata nei suoi dipinti, sembra ancora oggi risuonare del chiacchiericcio dei venditori e degli zoccoli dei muli carichi di merci; la terza tappa è la cittadina termale di Bagni di Lucca dove si riconoscono, benché trascurate, le pure geometrie della cappella, fatta costruire dal principe russo Niccolò Demidoff sul modello del Pantheon di Roma a corredo della struttura di accoglienza per i poveri bisognosi di cure termali e presso la quale Lorenzo Viani si soffermò ad immortalare la variopinta e vivace umanità di diseredati, perlopiù bambini, raccolta attorno al pronao.

“Né il pittorico soltanto mi attirava a questo paese e la possibilità di viverci ogni anno meglio; ma la semplice bonomia degli abitanti e la loro sincera affezione, che io trovava ogni volta maggiore fra le persone che vi conosceva, mi facevano tornare in memoria quello che Darwin scriveva a Hoocker. ‘La rinomanza, gli onori, i piaceri, la ricchezza, tutto ciò è nulla paragonato all’affezione’”.
(Telemaco Signorini, Riomaggiore, Firenze, 1909, pp. 25-26)

“Caro Paolo, profitto di questo momento di domenica mattina, aspettando Berto che dalla villa del Pinsuto, deve venir qua a lavorare con me o sotto i castagni fra le rupi di queste valli, o fra le viuzze di questo paese pieno di ragazzi, di ciuchi […]. Io qua, dal giorno che ci sono arrivato, ho lavorato con molto piacere e speriamo con altrettanto profitto”.
(Lettera da Piancastagnaio di Telemaco Signorini al fratello Paolo, 12/08/1883)

“Si sa che il 3 aprile del 1291 la Società dei capitani di Corsena passò la proprietà del ‘Bagno caldo’ a tal Puccio di Gallicano […] con l’obbligo di edificarvi un Ospizio per la cura gratuita delle acque ai poveri e un’alberghiera per i romei. Ho preso stanza nell’alberghiera dei romei aggeggiata, oggi, a ‘pensione di famiglia’. Giù, molto in giù, brontola il Camajone occultato da un’amorosa famiglia di piante, dall’abete alpino alla palma. I colli – ‘Qui tutto è fiamma e azzurro’, come disse Carducci – coronano l’alberghiera”.
(Lorenzo Viani, Il nano e la statua nera, Firenze, 1943, pp. 344-45)