A metà strada tra Otranto e Gallipoli si trova Galatina, città dove, ancora nel dopoguerra, si svolgevano antichi riti pagani come il tarantismo. Quando per curiosità ho deciso di visitarla, tra le molte meraviglie che questo piccolo centro del Salento offre, ho scoperto la splendida basilica di Santa Caterina d’Alessandria.
In stile romanico, con una commistione di elementi diversi che vanno dal gotico a influssi bizantini, questa basilica in pietra rosa si differenzia totalmente dalle classiche chiese barocche del capoluogo e ha una storia particolarmente interessante.

Tanto per cominciare è l’incarnazione di un sogno: il sogno di un ricco e potente feudatario, Raimondello Orsini del Balzo, che ne ordina l’edificazione tra il 1383 e il 1385, per consegnarla ai padri francescani nel 1391. La scelta di dedicare la chiesa a Santa Caterina, il cui culto ha radici orientali, non è affatto casuale, visto che in questa terra remota il rito bizantino era, ai tempi, estremamente diffuso. Si narra che Raimondello, di ritorno da una crociata, si sia fermato sul monte Sinai per visitare il monastero che custodiva il corpo della santa, che le abbia strappato il dito con uno stratagemma, decidendo poi di edificare un tempio a lei dedicato per custodire la reliquia.
In realtà, l’intenzione di edificare la basilica nasce da una convergenza di interessi diversi. Data l’epoca convulsa in cui vive, il ricco feudatario fa della sua chiesa lo specchio di un preciso progetto politico. Da un lato, desidera lanciare una sfida da Galatina alla capitale del Regno, Napoli, fornendo al re Ladislao d’Angiò Durazzo un’immagine della sua grandezza e del suo potere e dimostrando di essere un re egli stesso. Dall’altro, intende fare della basilica un presidio per il culto latino e rinsaldare così la cruciale alleanza con il Papa Urbano VI.

La costruzione della chiesa è dunque un atto politico per affermare il suo potere feudale, metterlo in contatto con il papato e fare da ponte, al tempo stesso, tra la cultura occidentale e quella orientale. Raimondello però muore nel 1406, ed è la moglie Maria d’Enghien a proseguire i lavori della basilica, in accordo con i frati francescani, reclutando numerose maestranze di scuola senese e giottesca per la realizzazione degli affreschi che rappresentano il punto di forza dell’intero progetto.
Prima di entrare mi soffermo a osservare la facciata esterna: i tre portali in legno sono decorati da fasce intagliate in pietra leccese; sul frontone spicca la croce con le figure di San Paolo e San Francesco ai lati. Un magnifico rosone centrale a dodici raggi ostenta al centro, su vetri policromi, le insegne dei mecenati d’Angiò-Durazzo e D’Enghien-Brienne. Nell’architrave del portale maggiore è raffigurato Gesù con gli apostoli, mentre sul portale di destra un’iscrizione in greco, ormai illeggibile, indica che il culto greco è stato sovrastato dalla fede cattolica dei committenti.

Ma è varcando la soglia del portale d’ingresso che si rimane davvero senza fiato. L’interno della basilica a tre navate è maestoso. Quella centrale è la più ampia e si slancia verso l’alto culminando con una splendida volta a crociera. Tutt’intorno è un tripudio di colonne e capitelli, volte, pareti e controfacciate completamente ricoperte di affreschi. Dal momento che all’epoca la parola scritta era privilegio di pochi, si doveva far ricorso alle immagini. Ci si trova dunque davanti a una sorta di abbecedario figurato, un “catechismo”, che doveva servire a raccontare e ammonire il popolo. Gli affreschi, suddivisi in nove cicli, sono stati realizzati da una variegata compagine di artisti, che lascia trasparire stili e livelli qualitativi diversi, ma soprattutto nuove forme artistiche in un’area geografica ancora abituata a rapportarsi alla religione attraverso stilemi bizantini e orientaleggianti. Sarebbe difficile descrivere nel dettaglio l’infinità di simboli e significati, religiosi e non, racchiusi in questi cicli pittorici, ciascuno concepito con una propria coerenza interna.
È enigmatico poi che al tema dell’Apocalisse sia stata dedicata la superficie più vasta, quasi a voler dare all’intero progetto il senso di una “rigenerazione”, una “rinascita” dell’intero territorio sotto la dinastia di Raimondello Orsini del Balzo. E in effetti, con Maria d’Enghien e il figlio Giovanni Antonio, il Principato di Taranto conoscerà un periodo di grande fioritura, diventando il centro di una vita di corte sontuosa e raffinata.
Ciò che mi resta impresso è che la basilica di Santa Caterina d’Alessandria sia la sintesi di un sogno, o meglio, di un’ambizione politica, capace di promuovere la latinizzazione dei costumi e una pacifica rigenerazione tra Oriente e Occidente. Consiglio di visitarla, di immergersi nella sua atmosfera sospesa, di ammirarne gli splendidi affreschi il cui monito è che la civiltà non è difendere strenuamente i propri valori, ma tendere un ponte verso gli altri.
