Il Sacro Bosco di Bomarzo: a cena nella bocca dell’inferno con Dalí

Tra i boschi e le colline laziali a nord di Roma si celano molti luoghi incantevoli, come la cittadina di Viterbo, con le sue terme e le sue chiese, o il palazzo costruito per la famiglia Farnese a Caprarola, con i suoi ampi giardini. Ma soprattutto esiste un luogo totalmente diverso da qualsiasi altra cosa abbiate mai visto: il Sacro Bosco di Bomarzo. Iniziato nel XVI secolo, è una rara testimonianza dell’interesse post rinascimentale per il grottesco e lo stravagante. Il complesso manierista prende le distanze dalla perfetta simmetria e dalla logica rinascimentali, dando vita a una narrazione governata dal caos e dalla magia. 

Il Sacro Bosco fu edificato sulle terre degli Orsini, nella vallata che si estende intorno al castello di famiglia, su progetto commissionato da Pier Francesco Orsini, meglio noto come Vicino Orsini. I giardini costituivano un elemento assolutamente rilevante delle tenute aristocratiche, perciò venivano progettati per soddisfare i desideri e favorire le molteplici attività dei padroni di casa e della schiera dei loro pari. Quindi per un nobile era fondamentale circondarsi di uno scenario appropriato. Orsini affidò la progettazione del parco a Pirro Ligorio, famoso architetto a cui si deve anche Villa d’Este, mentre invece la spettacolare statuaria del Sacro Bosco è attribuita a Simone Moschino, noto scultore che lavorò principalmente in Toscana. 

La disposizione e il misticismo delle sculture del Sacro Bosco sono stati spesso considerati caotici, ma è proprio questo a rendere il parco così unico. Tuttavia, una simile impostazione potrebbe essere il risultato di un’amichevole rivalità con la vicina Villa Farnese di Caprarola, autorevole esempio della grandiosa organizzazione scenografica dell’epoca, famosa per la simmetria degli interni e dei giardini impreziositi da magnifiche fontane. Lo stesso Vicino Orsini era imparentato con l’illustre famiglia, avendo sposato Giulia Farnese (da non confondere con l’omonima prozia, amante di Papa Alessandro VI). Egli amava profondamente Giulia, e dopo la sua morte decise di costruire il Sacro Bosco per lenire il suo dolore. 

Le sculture, invece, tolgono il fiato per la loro stravaganza. L’elefante di Annibale, i mostri e i personaggi mitologici prendono il sopravvento sulla vegetazione. Ed ecco apparire il possente Cerbero, poi Cerere, Venere e Proteo col suo armamentario che reca lo stemma degli Orsini. Un impianto eccentrico che, mettendo in scena il fantastico, mostra anche come Orsini fosse un uomo dotato di senso dell’umorismo. Ma l’elemento più singolare è quello del triclinio nella bocca dell’inferno. L’ingresso è quanto di più grottesco si possa immaginare: la bocca spalancata di Orco, dio romano-etrusco degli inferi. Entrando nella bocca del mascherone privo di corpo, il visitatore è invitato a mettersi a tavola con Vicino e con altri commensali, per cenare all’inferno. 

Nel corso del XIX e del XX secolo il parco cadde nell’oblio e venne abbandonato, per essere successivamente riscoperto grazie a un cortometraggio realizzato negli anni ’40 da Salvador Dalí. Oggi il Sacro Bosco rappresenta un’ottima destinazione per chiunque si trovi a Roma, oltre a essere uno straordinario tributo a Giulia Farnese, il cui vedovo dovette cenare nella bocca dell’inferno per placare il suo dolore.

Bomarzo: Salvador Dalí in visita nel famoso giardino, 1948. © Archivio Istituto Luce